Mostra Padova Invisibile – Il Portello nelle immagini d’epoca – 2026

Padova Invisibile — Il Quartiere Portello nelle Immagini d'Epoca
15 Maggio — 13 Giugno  ·  Padova
Esposizione fotografica

Padova
Invisibile

Il Quartiere Portello nelle immagini d'epoca

Porteo Benedeto · Borgo Portello · Padova

Camminare oggi in Portello accerchiati da vociare, movimento e vivacità è la normalità. Il quartiere vive un continuo passaggio: dalla sua iconica Porta Portello, all'omonima piazza, per via Belzoni fino alle strutture universitarie lungo il canale Piovego. Oggi il quartiere è veloce, accessibile e colorato.

Il passato tuttavia racconta una storia ben diversa. Parla di un quartiere secolare con le sue tipicità e unicità. Un quartiere che si è saputo esprimere autonomamente nei confronti del resto della città. Lo status di "Borgo" a sé, fiero anche nella povertà. Oltre le case, le vie e i tratti caratteristici, un quartiere diventa tale solo nel momento in cui sviluppa una propria identità. Appartenenza e storia millenaria sono gli elementi che hanno permesso al quartiere Portello di assumere una propria precisa identità all'interno della città. Ancor prima dell'università, delle ristrutturazioni, abbattimenti e ricostruzioni, il Portello veniva vissuto come un borgo a sé.

Il suo valore è lo stare "TRA" : stare tra i canali che lo rendevano di fatto isola circondata dai flussi d'acqua, stare "tra" i vari millenni di trasformazione e rinnovamento della città di Padova, sempre presente, sempre in movimento seguendo le oscillazioni della storia. Stare tra diversi retaggi sociali: dalle grandi ville nobiliari ai lavoratori portuali, all'unione operaia fino all'isolamento degli ultimi.

Il borgo si costituisce attorno alla propria opera architettonica più importante: Porta Venezia. L'antico nome dell'attuale porta Ognissanti denota maggiormente la sua origine e funzione per il quartiere: una sontuosa porta in pietra d'Istria definì il "carattere" e la vita dei "Portellati", destinandoli alla navigazione e per il lavoro portuale. Quelle stesse mansioni, che storicamente si affermarono, furono le stesse che il progresso rese poi obsolete, conducendo al decadimento del Borgo Portello.

Ad oggi il Portello vive tra due dimensioni differenti: tra le spinte del presente rappresentate dall'università, dall'animato passaggio del mondo studentesco, e tra il ricordo delle sue antiche origini.

Il quartiere aveva un proprio dialetto, differente dal resto della città. Aveva le proprie canzoni per cantare una diversa quotidianità, le proprie feste. Aveva un senso di unione e appartenenza sue, che lo resero molto più Borgo a sè che rione.

Ci fu poi un ulteriore fattore, legato all'estrazione sociale e alla politica che lo resero caratteristico: nel corso del novecento il quartiere dava casa alla popolazione di estrazione sociale umile, anche a causa della presenza del carcere e della trascuratezza delle politiche urbane già dai secoli precedenti. Allo stesso tempo divenne la sede "rossa" della città, retaggio che rimane ancor oggi nei ricordi e nella vita del quartiere.

Si delineava allora un panorama urbano sempre in cambiamento: da inizio 900' laddove l'università costruiva le proprie sedi e portava le nuove generazioni ad abitare l'antico borgo, gli abitanti nativi vivevano le difficoltà della vita e la marginalizzazione, perdendo pian piano anche l'identità Portellata che da secoli li contraddistingueva.

Questa mostra vuole far emergere dettagli, grandi o piccoli, di vita ordinaria. Persone uniche nella semplicità eppure vitali per chi li conosceva.

Laddove il tempo ha trasformato e mutato il quartiere, il nostro piccolo obiettivo è ritratteggiare alcuni elementi caratteristici dell'identità del Portello: dalla sua porta, venerata nelle canzoni e nei quadri, alle abitazioni, alla vita quotidiana in locali che oggi non ci sono più.

Piccoli elementi fotografici e giornalistici provenienti dai primi decenni del novecento fino gli anni 70' per far riemergere un invisibile vivere, tanto simile eppur diverso da quello che vediamo oggi.

L'identità del Portello oggi è invisibile, vive nelle pieghe della storia, in quei "tra" che non possono essere letti univocamente. Da quando le mura lungo il fiume erano ancora alte, ma altrettanto alto diventava il Piovego durante le sue esondazioni. Dalle gare di tuffi ai carretti tipici dei venditori ambulanti. Le giornate in strada e la festa dell'Immacolata. Da quando ancora porta Venezia sanciva la fine della città. La storia di vecchi volti, affaticati eppur sereni, rimasti nell'anonimità eppur importanti a chi li voleva bene. La loro è una storia che osservò il rinnovamento urbano e sociale ma che vide anche la cancellazione a seguito dell'avanzata di un mondo industriale.

Il Portello ad oggi ha un volto ben diverso, di certo meno grigio rispetto alla nomea che, forse ingiustamente ebbe, negli ultimi decenni. Cercarne oggi i tratti tipici d'allora è un'operazione di delicata riemersione dalla terra. Ritrovamento di tratti che ci sono stati eppure oggi non sembrano essere più visibili.

Parte Prima

Prima dell'immagine, del look, della pubblicità:
costruzione di identità attraverso la presenza in quartiere

Prima che la nostra società si fondasse sull'immagine accattivante e sul mettersi in mostra, a descrivere un locale bastavano i suoi tratti distintivi.

All'ombra di Porta Ognissanti, eppure lontano dai fatiscenti caffè del centro, tre scalini di pietra segnavano l'ingresso al bar, da qui un nome iconico per un'attività di quartiere.

Un'antica osteria posta a un crocevia ai confini della città, già censita nel catasto napoleonico del 1811 come locale ad uso d'osteria e locanda.

Non abbiamo molte informazioni sul passato della locanda ma, verosimilmente, forniva una prima assistenza e ristoro a chi sbarcasse dalla rotta fluviale del Piovego. Eppure, questa locanda secolare nel 1935 si presentava nella sua schietta semplicità: pochi elementi oltre la grigia muratura, delle indicazioni per le varie destinazioni e qualche insegna. Nel dopoguerra il locale fu uno dei primi ad avere un televisore diventando ulteriormente un punto d'incontro per i Portellati. Il bar fu inoltre un punto importante per lo sport di quartiere, in particolare per il rugby e il calcio.

Tre semplici scalini davano un tono diverso ad un'attività commerciale oggi ancor viva.

Tuttavia non c'è elemento più importante in un'osteria di chi la gestisce e, dentro le mura, l'intera via del Portello era popolata da osterie.

Sotto "el paeasson" per i Portellati, per gli altri Bragadin-Michiel, si trovava il bar Flora. Nell'edizione del 90' del giornale locale "l'arca di Noè", pubblicato annualmente in vista della festa dell'Immacolata, della Flora si dice essere "forse la più importante (delle osterie), cioè quela "dala Flora". Qua xe nata la famosa e gloriosa Società Corale, orgòlio dei Porteati, amanti del bel canto, sempre vincitrice de Primi Premi a concorsi locali e nassionali. Guai mancare ale lession: gerimo come tuta na faméja!".

Ormai è consolidato nei secoli che l'osteria assume per chi la vive un significato intimo con il quartiere e il bar: frequentare un osteria diventa, a volte, un simbolo di appartenenza al locale stesso, al quartiere, o solamente a quei tavolini su cui di tempo se ne perde e se ne guadagna. Il bar dea Flora, qui immortalata nel 1958, presenta il sorriso della proprietaria dietro il suo banco. Nella vetrina sottostante compaiono degli insoliti lingotti presumibilmente di cioccolato. Nelle mensole alle spalle, diverse bottiglie di amari e liquori, alcuni ancor oggi famosi, sono dolcemente accompagnati da una foto, lì fiera d'esser vista, un po' a ricordo un po' a monito, forse dei suoi stessi genitori.

Che l'osteria fosse anche il posto dove passare il tempo con personaggi "particolari" non è novità, e probabilmente ne è anche il bello. Immaginarsi facce abitudinarie, ridere e scherzare, stanche o affronte, sole o in compagnia, è tanto facile quanto ancora comune. Nelle osterie si trovano quelle persone, se non conosciute, viste da tutti. In alcuni sentiti ricordi l'eco di un personaggio simboleggia questo stile di vita: Vittorio Gueraldi.

In un simpatico ricordo, sempre da "L'arca di Noè" del 1997, lo si ricorda affettuosamente.

La sua storia inizia da una delle tante osterie e da qualche "goto" di troppo e finisce nella politica. Sì perché Vittorio era conosciuto come "il sindaco del Portello": nello spazio fittizio di un auto proclamata indipendenza di quartiere e la parlantina di chi sa tutto di tutti, Vittorio godette di tale status, ad oggi irripetibile. Alcune foto della festa dell'Immacolata lo ritraggono in una veste desueta, per quello che doveva essere lo stile del quartiere: tronfio, in frac, con una una fascia a tracolla su cui spiccava una spilla, decisamente notabile, del comune di Padova.

Il lascito di Vittorio è oggi ancor visibile: di esile corporatura e sfortunatamente malato era di necessità costretto a usare delle stampelle in legno. Laddove non v'era cura per la medicina del tempo, fu un miracolo a seguito di tante preghiere a salvarlo almeno per un pò: si dice che da un momento all'altro Vittorio si sentì talmente meglio da riuscire a correre e preso dalla riconoscenza donò le sue stampelle a Sant'Antonio, custodendole nel capitello a ridosso dei gradoni un tempo dedicato a Santa maria dei Barcaroli.

Di certo, di personaggi tanto unici per la stravaganza o, a volte ostinata semplicità, ce ne dovevano essere molti sia in quartiere sia nella Padova pre industriale. Tuttavia in vari ricordi e testimonianze il Portello viene associato ad una piccola Corte dei Miracoli: quel luogo umanamente incantato dove si invertono onori e disgrazie, dove stramberie e carattere si fondono generando un ecosistema a sé stante. E' questa sicuramente una visione romantica di leggere il passato, e che rischia di lasciare un'immagine macchiettistica del quartiere e delle sue dinamiche sociali. Tuttavia anche solo ricordare i nomi di alcuni suoi abitanti vuole essere atto di valorizzazione del quartiere stesso: riportare al presente l'unicità dei luoghi e degli individui aiuta a ricostruire un quadro sociale che oggi non traspare più. Questo perché il quartiere nel corso del novecento ha vissuto profonde trasformazioni sia sociali che urbanistiche, trasformando profondamente la sua natura. Se allora di bar, tabacchi e edicole ce ne sono in quantità, questi diventano unici e irripetibili nel momento in cui insieme costituiscono un ecosistema irripetibile.

Ricordare i nomi e luoghi è quindi valorizzare un passato che non necessariamente fu virtuoso o grandioso, ma che nel suo essere unico acquista la sua importanza.

Ecco allora che in questo piccolo quadro del quartiere, un'ultima storia che vogliamo ricordare riguarda il Rifugio Minorenni che sotto la guida della sua fondatrice Filomena Fornasari, in via Giovanni Gradenigo diede asilo per quasi 70 anni a orfani e bambini in cerca di dimora.

La storia del Rifugio nasce però ben prima, già da inizio secolo, grazie a Stefania Omboni, precettrice di Filomena. Originariamente in un piccola struttura, dapprima in via santa Chiara successivamente in via Tommaseo, l'Istituto per l'Infanzia Abbandonata" nasce come opera laica di welfare per rispondere alla diffusa e dilagante problematica dell'abbandono minorile.

Omboni e Fornasari furono due pensatrici animate da un fervente spirito femminista e progressista. le quali si batterono intellettualmente su temi sociali di prim'ordine, quali il suffragio universale e la condizione femminile nella nostra società,e appunto, dell'abbandono minorile.

In particolare dopo la morte di Omboni, la vita di Filomena fu pienamente dedicata all'operato nel suo nuovo "Rifugio Minorenni" che qualche anno dopo fu spostato in via Gradenigo.

La peculiarità di questa struttura è tuttavia rintracciabile in alcuni scritti lasciateci da Filomena, ed il senso generale è proprio in cosa consiste un rifugio: il rifugio non è uno "scalo", non è un semplice punto di permanenza temporaneo dove si raddrizzano le fragile schiene e si impone una giustizia sommaria e coercitiva. Il rifugio nasce con l'idea di essere una tana salvifica, non solo per i trovatelli, ma anche per tutti quei figli in fuga dalle famiglie e dal degrado della loro miseria. Le porte del rifugio erano quindi aperte anche solo per una notte, anche solo per chi dovesse scappare dalle botte.

Filomena Fornasari è altrettanto convinta che il precoce decadimento morale dei suoi bambini fosse dovuto alle condizioni di indigenza, in cui costoro si trovano a crescere, oltre che ai cattivi esempi del mondo adulto. Dato questo presupposto, al bambino che non ha colpa per la propria miseria, un metodo coercitivo che ricalchi le modalità del carcere non può essere la via da seguire. L'approccio del rifugio vuole essere sereno, di supporto e orientato alla costruzione di una nuova soggettività. Il fine è la possibilità di imparare un nuovo modo d'essere. La miseria e il cattivo esempio dei genitori deve essere rimpiazzato grazie all'esempio positivo, e questo esempio è un esercizio comunitario, regolato dalla regola aurea: "Non fare ad altri ciò che non vorresti altri facessero a te".

Ecco allora che il rifugio non è riformatorio ma luogo di cura. "Niente celle, niente percosse, niente avanzo di barbarie". Non vige la logica dell'imposizione ma quella della virtù comunitaria. Fornasari ricorda che nel suo rifugio niente è chiuso a chiave, non stà a regolamenti o a statuti: bisogna far sì che il bambino si persuada profondamente che far star male l'altro e ne lede la dignità è sbagliato.

E allora si avvia un lavoro lento e paziente, fatto di una quotidianità di lavoro, scuola e cura del Rifugio stesso. Filomena ricorda che ci volle un mese solamente per abolire la parole "ebete", d'uso frequente per le più svariate situazioni.

I frequentatori abituali del Rifugio erano quasi una trentina. Spesso Filomena ne ricorda i nomi nei suoi scritti, a volte ne racconta anche le ingiustizie che i piccoli hanno dovuto subire: chi ubriacone e fumatore alla tenera età di 6 anni, chi trovato alla nascita nella sterpaglia chi portato nella notte dai carabinieri.

Filomena trova in loro la forza per non mollare nonostante le difficoltà economiche e gestionali. I suoi sforzi furono ufficialmente premiati nel 1930 quando ricevette un nuovo spazio in via Gradenigo 10, dove ufficialmente sorse l'istituto Fornasari. Il suo operato fu ampiamente lodato dal governo fascista nonché dalla sua propaganda. Gli articoli di giornali, qui presentati, del gennaio 1936, annunciano la morte di Fornasari elogiandone la tempra e il ruolo che ella ebbe. Sorge però una domanda legittima, chissà se era veramente persuasa che fosse un onore per i suoi vecchi trovatelli trovarsi a combattere nelle guerre coloniali in Africa.

Parte Seconda

Grandiosità, miseria
e la nave

La fontana pubblica è anche il salotto del quartiere. Ogni tanto le massaie scendono a scambiarsi quattro chiacchiere. Gli abitanti della zona si conoscono tutti per nome e si trattano fin dall'infanzia come fratelli.

Il Portello ebbe la sua unicità: meno signorile, più verace con un proprio senso di appartenenza tanto da appellarsi al rango di "Borgo". Basti pensare che aveva un proprio dialetto, simile eppur distinto dal resto della città; a riguardo ricordiamo Nardo Luigi e le sue di preservazione di questo patrimonio linguistico. Il Borgo Portello aveva le proprie canzoni, ad oggi alcune dimenticate.

Da alcuni video registrazioni d'epoca effettuate da Angelo Bellini emerge un'immagine del quartiere ben definita: se nei ricordi dei cittadini Padovani, nel dire comune o sentito dire, del quartiere viene comunemente data una visione legata alla povertà, alla miseria e alla piccola criminalità, tuttavia in questi filmati di repertorio emerge un aspetto radicalmente diverso legato a un senso di nostalgia, di amore perduto e magnificenza. Questi sentimenti erano già presenti non solo nelle ultime decadi del novecento, ma probabilmente già dagli anni 50. Questo perché il quartiere perse la sfida con la modernità che piano piano avanzava. Eppure il nemico non fu astratto ma fatto di demolizioni e dislocamento abitativo.

Nei ricordi, nelle poesie e nelle canzoni si cantava la miseria come fattore di aggregazione e unione, piuttosto che difficoltà. Laddove si denunciavano condizioni di vita umili e povere, ogni pensiero sembrava venir sovrastato dalla Porta Venezia, nel suo bianco splendore. Non c'è ricordo che non parli della Porta, luogo di gioco e amore, di dama giocata nelle incisioni sulla roccia, e di sguardi amorosi tra i giovani Portellati. Così anche lo sono le imbarcazioni nel loro passaggio, ricordo del retaggio portuale un tempo identitario. E se le immagini che ritraggono la porta fungevano da cartolina, cariche invece di una forza, oggi inibita, sono quelle delle inondazioni. Nei giorni dal 16 al 18 Maggio 1095 ci fu una enorme esondazione del Bacchiglione che causò ingenti disagio nel padovano e nel vicentino, inondando l'intera città. Eppure in questa, come in altre foto, la porta riflessa sull'inondazione manifesta ancora la sua bellezza.

Delle canzoni del Portello quella che ancor oggi è rimasta più nota è "Porteo benedeto": un canto dove gli amori, la musica, e i ricordi del passato legati al Portello vengono dedicati al quartiere stesso. La prospettiva, di quella che è una dedica d'amore, è però "adulta". Un senso nostalgico pervade il canto, come se, nonostante il tempo sia passato, ancora si resti legati a quei ricordi, pur riconoscendo che ora non sono più reali. Curioso è che questa canzone fosse già conosciuta da metà novecento almeno. Sembra che un certo senso di decadimento dinanzi l'avanzare di un nuovo tempo forse già in atto. Forse quello che nei decenni si avviava era solamente la fine del folklore del quartiere e, simbolicamente, la Nave ne fu d'esempio.

Edificio di per sé iconico, eppur quadro della condizione sociale del quartiere fu la cosiddetta "Nave" o "casette dei Donà", complesso residenziale cinquecentesco popolare lungo la via del Portello. L'edificio era l'attestato che la vita nel quartiere non fosse d'agio: piccole case incastonate tra loro inserite in grande complesso abitativo, simbolo del retaggio portuale, abbattuto poi nel 1967. La demolizione fu dovuta alle condizioni igieniche non garantite dal complesso, nonché dal degrado strutturale, denunciato già a fine 800'. La Nave nel novecento non era di certo ben vista agli occhi del resto della città, v'era anche un sentimento di vergogna. Questa percezione è però plausibile fosse derivante dal ceto neo borghese del resto della città piuttosto che da chi lì ci viveva. Non è in questione il degrado o l'abbandono che la struttura e il Portello vivevano, quanto che quelle stesse condizioni fossero in toto nocive ai residenti. E' facilmente pensabile che il contesto di povertà, e di estrema vicinanza abbia creato una modalità di vicinanza e appartenenza comune. La situazione sfociò con l'abbattimento della nave e la sua successiva riqualificazione a cui seguì il dislocamento dei vecchi Portellati.

Nelle decadi di fino ottocento fino al simbolico abbattimento della Nave avvenne non solo la trasformazione urbana, verso l'attuale aspetto del quartiere, ma un cambiamento ben più grande: il futuro difatti delineava anche un nuovo tipo di visione del quartiere, di necessità orientato al passaggio piuttosto che allo stare. La via era quella del campus e del passaggio stradale, a discapito della permanenza dei residenti. Il Portello non fu di certo un caso isolato rispetto alle nuove logiche di politiche abitative nazionali e di rilancio del turismo, eppure qui si delinea il passaggio da una vecchia a nuova Padova. Questa voleva presentarsi signorile, nel Boom della produzione, orientata all'ordine. Non c'era più spazio per quella "Corte dei Miracoli" fatta anche di stranezza, a volte fatta di mezzucci per sopravvivere alla giornata, dove la miseria è anche stato mentale. Eppure è questa società "pre-urbana" caratterizzata da due elementi: l'appartenenza e l'unicità. Appartenenza ossia la presenza e l'affetto per il proprio quartiere nonostante tutti gli aspetti che lo caratterizzano; unicità come iconicità di chi sta in quartiere, i volti sempre i soliti, le loro stranezze e peculiarità. Dai carretti per la vendita di alimentari e cianfrusaglie, alle osterie dimenticate, a chi stava per strada per giocare, racimolare qualche moneta o stava lì perché lì voleva stare. Una vita a sè che accettava il proprio stile nel bene e nel male.

Ecco perché l'ultimo giorno della Nave fu un giorno di festa, amara, ma pur sempre festa è. Quel giorno i Portellati si riunirono già dal mattino e mangiarono insieme fino a notte: una fanfara dei Bersaglieri animò la giornata e, nelle poche pause, un giradischi suonava i vecchi canti, oggi eco. Il menù servito su scodelle che fungevano da bicchiere prevedeva cotiche e pasta e fagioli, in linea con lo stile del passato. Un Portellato osserva dall'alto la festa: con cannocchiale e cappello marinaresco a segno dell'identità passata vede la festa espandersi sempre più. Arrivano i residenti dell'antico Borgo, lì si conosce tutti e li si vuole ricordare. Il gestore della macelleria una volta contenuta nella Nave ha con sé il libro dei "ciodi" ossia dei crediti mai riscossi. C'è anche Vittorio "Rachee" Gueraldi in frac e fascia tricolore,e per questo giorno sarà anche lui in prima pagina sul giornale.

Sulla Nave, dolcemente rassegnata a un nuovo destino, alcuni teli recitano parole d'addio.

"La nave affonda? il ricordo rimane e la vita continua."

"Ciao: Porteo che fu"

"Addio mia bea Nave, Addio"

"Ciao Nave, ti te ve e noialtri te ricordemo"

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